Con gli occhi diversi

Racconto basato su fatti realmente accaduti.

L’orologio da polso segna le 2:03 quando il signor Enrico, insonne, si ritrova come tutte le notti a sbirciare fuori dalla finestra. Beh, non proprio come tutte le notti, in realtà. Perché questa è diversa.

Il signor Enrico è anziano, con poco più di 84 anni alle spalle. Spalle stanche. L’orologio che indossa al polso apparteneva a sua moglie, prima che un brutto male gliela portasse via circa 10 anni fa. Da allora il signor Enrico dorme meno del solito. Passa gran parte delle sue notti a guardare fuori dalla finestra del suo appartamento, dove si è trasferito dopo il lutto. Dalla sua finestra vede “tutto”. Beh, per lui è davvero tutto. Specialmente la parte nuova della corte, dove da qualche anno ha potuto godere di un gran andirivieni di muratori, architetti, falegnami. Una festa per gli occhi!

Questa notte è stato svegliato di soprassalto da un pianto di una bambina e da un urlo di una donna. Vengono dalla parte nuova della corte ed Enrico è incollato alla finestra da ormai 5 minuti, perché la luce della camera da letto dei nuovi vicini è accesa. Ovviamente lui sa benissimo che quella lì è la finestra della camera da letto. Saprebbe disegnare la planimetria di tutto il vicinato, se solo riuscisse a tenere la matita ferma un attimo. “Questa dannata mano non la smette mai di tremare”. Conosce ogni centimetro del vicinato, dentro e fuori, perché il suo unico passatempo è proprio quello: vivere la vita degli altri (o forse rivivere la propria?) attraverso il sottile vetro della sua finestra di legno. Di quelle che non si chiudono bene al primo colpo, perché gli strati di vernice incrostata ne hanno aumentato lo spessore negli anni. Questa notte era intento a scoprire chi—ma soprattutto perché—avesse urlato. Veniva dall’appartamento di Francesco e Veronica, i nuovi vicini per l’appunto, che non lo convincevano affatto.

Francesco e Veronica sono una giovane coppia classe anni Ottanta. Una di quelle tante coppie che ha vissuto il passaggio di millennio nel bel mezzo dei vent’anni, passando dagli anni Novanta delle Girelle Motta del Billy—che proprio succo di frutta non era. Francesco e Veronica hanno visto il passaggio dalla Lira all’Euro, adattandosi in pochi giorni all’uso della nuova valuta. Anzi, ne erano ben felici, poiché ad entrambi sembrava molto strano pagare in “migliaia di Lire” quello che negli episodi di “Happy Days” o “Friends” si pagava con pochi Dollari americani.

Il signor Enrico, al contrario, si sbaglia ancora. Non capisce, odia l’Euro e molte delle “cose complicate di oggi”. È un nostalgico. Inciampa ad ogni vano tentativo di convertire mille Euro in milioni di Lire. Il giovane Enrico era “evaso” più volte dal collegio dove suo padre l’aveva mandato per una marachella che oggi sarebbe costata al massimo una risata dei genitori. Della sua infanzia Enrico ricorda le corse da un sotterraneo all’altro, sotto ai bombardamenti della Milano anni quaranta. “Le cantine di una volta non le fanno più adesso” diceva, “invece guarda qua, questi bicchieri si sono salvati persino dalle bombe dei tedeschi.” Era fissato a mostrare quel servizio di bicchieri a chiunque gli facesse visita, raccontando tutta la storia. Erano i bicchieri di sua nonna, recuperati dalla sua cantina.

Francesco e Veronica invece i bicchieri li comprano all’IKEA. O al massimo con la raccolta punti Esselunga. Con i figlioletti Luca e Sara al seguito, si sono appena trasferiti nella corte di quel casale ristrutturato. Un casale in una zona tranquilla a due passi da Milano. Un casale costruito proprio dallo zio del Signor Enrico, fratello di sua madre. Tutto il vicinato adora Francesco e Veronica—tranne il signor Enrico. Le signore anziane, soprattutto, stravedono per i piccoletti. Quelle del piano di sotto, poi, fanno sempre scorta di dolcetti. Luca e Sara lo sanno bene!

Il signor Enrico è un tipo burbero e c’è qualcosa nei nuovi vicini che non lo convince affatto. Fanno orari strani. Ogni tanto lui non esce proprio di casa. “Buono a nulla,” pensava, quando lo vedeva uscire malvestito alle 18:00 e tornare pochi minuti dopo con il figlio Luca al seguito. “Chissà come fanno a permettersi una casa così,” gli diceva il suo istinto. Era la casa che, suo malgrado, aveva dovuto vendere ad un’impresa immobiliare per tirare a campare. La pensione finiva quasi tutta nelle tasche della badante. Era molto affezionato a quella casa, perché lui era nato proprio lì. Era la casa della sua mamma, ma l’impresa l’aveva ristrutturata dalla testa ai piedi. Pannelli solari compresi. “Cosa se ne faranno poi, che tanto la corrente arriva lo stesso,” ribatteva a chiunque tentasse di spiegargli cosa fossero quelle piastre nere al posto delle tegole.

Il signor Enrico osserva da mesi i nuovi vicini e si è fatto convinto che lui spacciasse droga, perché “lo vedo uscire solo ogni tanto,” raccontava alla signora di sotto. “E la moglie, chi lo sa cosa fa? Non è mai a casa: come fanno i bambini senza mamma?” Ogni tanto poi entravano e uscivano altre donne, una giovanissima, l’altra straniera. Poi lui, Francesco, parlava ogni tanto in un’altra lingua e stava sempre al telefono quand’era a casa.

Questa notte, però, è il signor Enrico ad essere pronto a fare una telefonata. Ai Carabinieri! Quello che ha appena visto gli fermenta dentro da più di un’ora e il cervello è ormai aggrovigliato attorno al pensiero più macabro. La sua occasione. Finalmente. Si immagina già Francesco portato via in manette. Racconterà tutto ai Carabinieri, perché lui ha visto e osservato tutto. Dopo aver sentito quelle urla, seguite dalla voce di un uomo che grida “porca puttana!”, Enrico si è messo seduto sulla sua sedia a guardare attento. Vedeva maluccio, ma la fantasia compensava benissimo la cataratta. Ripercorre più e più volte nella sua mente quello che ha visto, quasi a volerlo trascrivere per non dimenticarselo. “No no,” si diceva, “me lo ricordo bene; lo sapevo, io, che quello lì non era uno affidabile! Adesso le racconto, Brigadiere, è andata proprio così,” pensava, mentre si immaginava già in caserma a fare la denuncia che avrebbe inchiodato Francesco.

“Ho sentito quelle urla, sicuramente sono state della bambina, la più piccola. Poi ha urlato la signora, e alla fine lui, che ha detto qualcosa come ‘puttana!’, si sono accese le luci della camera da letto, subito dopo quelle del salone al piano di sotto, e poi la lavanderia. Ah ecco, e poi lui è uscito di casa, vestito male, come al solito, con una giacca di pelle tutta rovinata.”

Il signor Enrico mai si sarebbe sognato di uscire di casa di notte, perché “si lavora di giorno e si dorme di notte,” diceva. E soprattutto non sarebbe mai uscito vestito in quel modo. Lui, tzé! Che per 51 anni è uscito tutti i santi giorni alle 7:30 per prendere il tram, vestito di tutto punto, per recarsi alla filiale della banca dove lavorava come cassiere. Rincasava alle 18:45, cenava con sua moglie e poi sentiva la radio—che poi divenne televisione—prima di andare a letto. Era nato lì, si era trasferito a Milano per lavoro, ma desiderava morire lì, in quel casale, “quando il Padre Eterno mi chiamerà”. E invece è convinto che questa notte il Padre Eterno avesse chiamato qualcuno dei vicini. Per mano di Francesco, “quel criminale buono a nulla.”

“L’ho visto uscire di casa poco dopo le urla. Aveva addosso dei guanti in lattice. Quelli blu, come quelli che si usano in ospedale.” Nonostante la pandemia da COVID-19 gli avesse insegnato che non era così strano vedere qualcuno indossare i guanti, ormai nel maggio del 2022 nemmeno la signora ipocondriaca dell’appartamento a fianco li usava più. “L’ho visto uscire e andare nei box. Poi è tornato con un sacco nero vuoto, un bidone, e una paletta d’acciaio, di quelle che si usano per tirare su la polvere con la scopa. Poi aveva un’altra cosa lunga in mano, sembrava…anzi era sicuramente qualcosa di affilato. Rosso. Sì, sì, era un bastone rosso con una lama nera, come quelli che si usano per rasare l’erba in giardino. Mio padre lo usava sempre per raccogliere il fieno.”

Non solo il signor Enrico era convinto che Francesco fosse un buono a nulla, ma era certo che fosse anche uno che andava con tante donne. Quando la moglie usciva, infatti, lui ogni tanto vedeva una ragazza giovane entrare in casa. E la sentiva ridere. Poi, dopo qualche ora, usciva. Ogni sabato, poi, il signor Enrico vedeva Francesco tornare a casa alle 11:00, insieme al figlioletto, e alle 12:00 in punto arrivava una signora alta, bionda, che lui aveva sentito parlare una lingua diversa. Aveva sentito anche Francesco parlare in una lingua diversa, specialmente con il figlio. “Sicuramente è l’ex moglie che lui si scopa ancora, addirittura con il figlio piccolo in casa, che vergogna!”

“E quando lui è rientrato con tutti quegli arnesi in mano, la moglie è andata al piano di sotto ed è rimasta lì fino al mattino! Lui invece era di sopra, nella camera da letto, che continuava a spostare le cose. L’ho visto che usava un lenzuolo per pulire. Poi usava quel bastone con la lama, poi la scopa, poi continuava a fare avanti e indietro nel bagno.” Figuriamoci! Un uomo che fa le pulizie. Di notte, per giunta! Ma la parte migliore, che proprio non vedeva l’ora di raccontare, era quando aveva sentito la moglie gridare “No! Basta!” Chissà cosa stava facendo quel farabutto. Sarà passata almeno un’ora. “E poi dopo un’ora abbondante è uscito di nuovo, ancora con i guanti, ma senza tutti gli attrezzi. Aveva solo il sacco nero. Ma questa volta era bello pieno.”

Il signor Enrico si risveglia con la fronte appoggiata nell’incavo del braccio, accasciato al calorifero spento della sua finestra, rivestito con un copri-calorifero fatto a mano da sua zia. È il mattino seguente, ma Enrico non ha sognato. Quello che ha visto è successo veramente e lui non vede l’ora che qualcuno esca da quella casa per andare ad ispezionare. “L’ho visto mentre portava quel sacco in campagna,” rammenta, “dopo vado a cercarlo!”. Sta uscendo! Il signor Enrico vede Francesco che sta per uscire di casa. È la sua occasione. L’appartamento del signor Enrico ha la porta d’ingresso all’inizio della corte, quindi vede chi entra e chi esce. Gli basta aprire un poco la porta d’ingresso. Ed è proprio quello che fa. Sta arrivando. È appena uscito: “Adesso voglio vedere cosa fa.”

Francesco ha gli occhi stravolti, pieni di sonno. Gli occhi di chi non ha dormito molto. La moglie Veronica è uscita prima di lui, di corsa in macchina. “Dove andranno poi, sempre di corsa questi giovani d’oggi!” Francesco sta passando sotto l’arcata all’ingresso della corte e il signor Enrico è lì, dietro allo spiraglio di luce della sua porta di casa.

“Buongiorno signor Enrico!”

Francesco ci vede bene, anche se non è difficile notare una porta aperta con un occhio nascosto dietro alla fessura. Il signor Enrico non sa che fare. Prova un po’ di imbarazzo (“È pure impiccione questo qui, che guarda nelle case degli altri,” pensa, mettendosi sulla difensiva), ma quella forse è l’occasione per fargli qualche domanda.

“Ah, salve.”

“Mh…e allora?”

Gli dice, come per dire “cos’hai da guardare? Guarda che io ho visto tutto,” pensa lui. Ma chiaramente, tutto questo resta nella sua testa.

“Eh, sono un po’ stanco. Stanotte ho dormito poco.”

“Ho visto le luci accese”, risponde quasi senza filtro il signor Enrico, ma si morde la lingua, perché capisce di aver svelato il suo segreto.

“Eh sì,” non ci fa neanche caso Francesco. È troppo stanco e troppo di fretta. Sta andando al lavoro, ma si affretta a concludere.

“Mia figlia ha vomitato stanotte e mi ci è voluta un’ora per pulire tutto. Abbiamo dovuto buttare asciugamani e lenzuola. Per fortuna mia moglie non era in viaggio e mentre io pulivo è potuta stare con la bambina, che ha vomitato altre volte. L’avrà sentita imprecare immagino.”

Il signor Enrico aggrotta la fronte.

Francesco gli allunga un bastone rosso, con attaccato una…no, non è una lama nera. È una spazzola di gomma, nera, di quelle che si usano per spazzare via l’acqua o per pulire i pavimenti.

“Grazie, me l’aveva prestato quest’inverno per togliere l’acqua dal box e mi sono sempre dimenticato di restituirglielo. Senza di questo ci avrei messo molto di più per pulire.”

Il signor Enrico prova a muovere la bocca ma non gli esce mezza parola. Il suo castello di carta è crollato.

“Ah, guardi, è arrivata questa lettera, l’ha lasciata il postino nella mia casella: è indirizzata a Rosa Fiorentini, la conosce?”. La madre del signor Enrico.


Francesco sono io ed il resto dei personaggi, tranne Enrico, sono la mia famiglia. Il signor Enrico è in parte ispirato alla vita di mio padre, in parte al profilo dell’anziano medio che ho tracciato ascoltando le migliaia di frasi comuni che una persona della mia età sente dagli anziani di paese.

Mentre uscivo di casa alle 2:03 stanotte, in pigiama, con i guanti in lattice che mi ero messo per pulire il vomito di mia figlia, ho pensato: “Cazzo, se mi vedesse qualcuno uscire avrebbe tutte le ragioni per pensare che io abbia appena commesso un omicidio in piena regola. Cosa ci fa uno in giro di notte con i guanti di lattice?”. Poi sono uscito dai box con un sacco della pattumiera, un bidone, uno spazzolone dal manico rosso, e una paletta d’acciaio inox. E mi sono detto: “Sì, assolutamente! Agli occhi di un osservatore ipovedente—con tanto tempo per pensare—potrei essere tranquillamente un assassino!” Il resto della storia si è delineata da sola, attorno al personaggio del signor Enrico, di cui sentivo lo sguardo mentre ramazzavo il pavimento con acqua e ammoniaca, una molletta al naso e la finestra aperta per far uscire il fetore rancido di pizza con salsiccia seguita da semifreddo semidigeriti. Pensavo a quanto diversa e incomprensibile possa apparire la vita di una persona della nostra età agli occhi di un anziano, più o meno dell’età di mio padre. E sì, sia io che mia moglie facciamo “orari strani” perché lavoriamo in smart working e viaggiamo ogni tanto. Abbiamo una baby sitter, che entra ed esce di casa ogni tanto, e ride quando gioca con i nostri figli. Fortunatamente, oltre all’aiuto dei nonni materni, abbiamo l’insostituibile aiuto domestico di una donna ucraina, bionda, alta un metro e ottanta che quando pulisce ogni sabato dalle 12 alle 16, la casa è profumatissima! Ah, certo, io parlo in inglese quando mi rivolgo ai miei figli e quando sono al telefono per lavoro.

Ah, per pulire il vomito, ho scoperto che se si copre con della farina di semola (o lettiera per gatti), si asciuga velocemente ed è facile da raccogliere con una paletta. No, non abbiamo buttato asciugamani e lenzuola, ed il sacco e il bidone li ho usati per raccogliere la farina imbevuta di vomito. Però per impepare il racconto mi serviva che il sacco nero fosse “bello pieno”. Il “porca puttana!” le urla e i pianti ci sono stati, ma ho caricato un po’, sempre per dare un po’ di brio alla storiella.


Foto di Jr Korpa su Unsplash

Federico Maggi
Federico Maggi
Research Expert

I enjoy doing research on various cyber-security topics. I work with Huawei’s AI4Sec Research Team, which is responsible for the research and results of AI-based next-generation threat detection capabilities.